ALLA RICERCA DELL’ESSERE NELL’ABITARE

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Abitare questo mondo significa essere, esistere, farne parte come uomo che vive, che lavora, che ama, che si muove.
Martin Heidegger sottolineava come il termine antico tedesco per costruire, buan, significa abitare. Ciò vuol dire dimorare e soggiornare. Il vecchio termine bauen, legato alla parola bin(essere) ci dice che l’uomo è in quanto abita. Basti pensare anche al verbo inglese to be che vuol dire essere, ma anche abitare: I’m from Venice, ad esempio ci indica il nostro luogo di provenienza, dove abitiamo.
L’uomo non riesce a sopravvivere senza la sua casa, senza il riparo, senza i luoghi del lavoro e della socializzazione. La casa e la città sono i luoghi ed i paesaggi costruiti dall’uomo per l’uomo, sono le radici della propria civiltà, sono brani di vita, sono i segni della storia, sono le tracce di un esistere che si evolve partendo da lontano.
La città è la più alta espressione dell’essere uomini sulla terra.
Quindi, guardando il costruito della città, l’uomo potrebbe vedere sé stesso, scoprire la propria identità perduta nell’era della globalizzazione.
L’uomo contemporaneo si muove nel suo costruito, nelle città, distratto ed imbrigliato dalla rete delle informazioni e delle comunicazioni ed accattivato dalle strutture globalizzate, sempre uguali in ogni parte del mondo (catene di distribuzione e marchi globalizzati). L’uomo è abbagliato dall’eccesso di  immagini sempre definite e spettacolari, , immaginifiche ed immaginarie, da eventi sempre programmati, da itinerari sempre obbligati; così, senza rendersene conto, ha perso la propria libertà e, soprattutto la propria identità.
In questo mondo saturo di immagini e di messaggi in cui si rafforzano le grandi reti multinazionali, si spera di trovare una via d’uscita nel pensiero utopico, magari in quello di un mondo senza frontiere e globale, senza capire che la frontiera non è un muro che vieta un passaggio, ma una soglia che invita al passaggio nel rispetto delle altrui differenze, e senza comprendere che il colore globale cancella il colore locale portatore di memoria e di cultura.
Come dice Marc Augé, viviamo in un mondo che non abbiamo ancora imaparato ad osservare, abbiamo bisogno di reimparare a guardare lo spazio.
L’uomo, per acquisire la sua libertà, dovrà ritrovare la sua identità, il suo essere uomo nato in una parte della terra e portatore di cultura ed idee proprie.
Per fare questo dovrà fare un processo di introspezione che può essere stimolato immagini astratte ed indefinite prive di spettacolarità e di lucentezza, quelle immagini tratte dalle radici dell’abitare, ovvero di ciò che l’uomo ha costruito e che oggi guarda senza vedere e dove si muove e vive senza percepire stimoli ontologici.
Queste saranno le immagini della ripartenza e fonte di meditazione, le “Urbanità Fuggenti” che stimoleranno una ricerca nella memoria soggettiva dello spettatore che sarà trascinato nel percorso interiore di essere uomo con una propria identità.
Alla base starà la volontà della ricerca, quindi del voler vedere, di voler scoprire la propria identità, di voler essere uomo del proprio tempo, di voler vivere ed agire in autonomia di pensiero; onde per cui determinante sarà l’azione con la quale si sentirà protagonista, quell’azione, anche semplice, che porterà a scoprire le immagini dietro un pannello da muovere o dentro un libro da aprire.

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